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Analisi della novella La roba di Giovanni Verga e il suo protagonista

Pubblicato il 18/06/2025
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La roba rappresenta la più antica delle novelle raccolte nella collezione Novelle rusticane di Giovanni Verga, scritta e pubblicata nella prima edizione del 1800. La sua trama è fondamentale in quanto servirà per inquadrare il futuro romanzo del ciclo dei Vinti, intitolato Mastro Don Gesualdo. Il protagonista, Mazzarò, è un contadino avaro che accumula ricchezze e terre senza voler spendere nulla, riflettendo il tema dell'avarizia e dell'alienazione sociale.

Il protagonista Mazzarò

Il protagonista è Mazzarò, un uomo che come il personaggio principale del romanzo si dimostra spesso avaro. Lui è in particolare un contadino che con il lavoro sodo è riuscito a conquistarsi una posizione benestante come padrone di diverse terre, tuttavia non mostra la minima intenzione a spendere neanche un centesimo se non quando strettamente necessario.

Mazzarò rappresenta il tipo dell'avaro, che accumula ricchezze senza goderne, identificandosi completamente con i suoi possedimenti materiali. La sua avarizia diventa il tratto dominante della sua personalità, che lo porta a sacrificare ogni cosa per accumulare sempre più "roba".

Il personaggio riflette la mentalità contadina dell'epoca, dove l'accumulo di beni materiali rappresentava l'unica forma di sicurezza e di riscatto sociale possibile, ma che finiva per alienare l'individuo dalla società e dagli affetti.

Il contesto fiabesco e la dilatazione temporale

Fondamentale è il contesto che Verga riesce a costruire, infatti il lettore sembra proiettato quasi in una fiaba, in cui i confini non esistono. Questa dilatazione temporale e spaziale viene nello specifico raggiunta grazie ad alcuni espedienti: l'attenzione rivolta alle tempistiche, l'autore si sofferma infatti spesso nella descrizione dello scorrere delle ore dal sole dell'alba a quello del tramonto.

I cambi repentini nell'estetica del paesaggio: si passa infatti da un paludoso terreno incoltivabile a uno spazio ricco di aranceti, sugheri, vigne e anche allevamenti di animali.

L'indicazione dei toponimi contribuisce a creare un senso di concretezza e di realtà, ma anche di dilatazione spaziale, dove i confini si perdono e il territorio di Mazzarò sembra estendersi all'infinito.

Le figure retoriche e lo stile

Questo aspetto risulta evidente anche dal punto di vista stilistico, grazie allo sfruttamento di figure retoriche come l'accumulazione ("il mare morto, e le stoppie, e gli aranci e i sugheri e i pascoli") oppure l'iperbole, quindi l'esagerazione di alcuni aspetti che servono per evidenziare "la roba", ovvero il patrimonio di Mazzarò ("una fattoria grande come un paese").

Di conseguenza anche l'utilizzo di periodi molto lunghi, che riflettono l'accumulazione e la dilatazione spaziale e temporale. Tutti questi espedienti servono anche per sottolineare l'identificazione del personaggio principale con i suoi possedimenti materiali.

Se da una parte questi espedienti elevano il suo valore di imprenditore, dall'altra rappresentano anche la sua alienazione sociale perché rimane lui da solo con la sua roba, senza affetti, senza relazioni umane significative.

L'identificazione con la roba

L'identificazione del personaggio principale con i suoi possedimenti materiali rappresenta il nucleo tematico della novella. Mazzarò non possiede la roba, ma è posseduto da essa, diventando un'estensione dei suoi beni materiali.

Questa identificazione riflette la mentalità materialista dell'epoca, dove il valore dell'individuo era misurato in base ai suoi possedimenti, ma che finiva per annullare la sua umanità e la sua capacità di relazionarsi con gli altri.

La roba diventa così un surrogato degli affetti, un modo per compensare la mancanza di relazioni umane significative, ma che finisce per isolare completamente l'individuo dalla società.

La trasformazione del paesaggio

La trasformazione del paesaggio riflette la crescita del patrimonio di Mazzarò, che passa da un terreno incoltivabile a uno spazio ricco di aranceti, sugheri, vigne e allevamenti di animali.

Questa trasformazione rappresenta anche la trasformazione psicologica del protagonista, che si identifica sempre più con i suoi possedimenti, perdendo la sua umanità e la sua capacità di relazionarsi con gli altri.

Il paesaggio diventa così un riflesso dell'anima di Mazzarò, che si arricchisce materialmente ma si impoverisce umanamente, diventando sempre più isolato e alienato.

La solitudine e l'alienazione

L'alienazione sociale di Mazzarò emerge chiaramente dalla sua solitudine: rimane lui da solo con la sua roba, senza affetti, senza relazioni umane significative. La sua identificazione con i possedimenti materiali lo porta a isolarsi completamente dalla società.

Questa solitudine riflette la condizione dell'individuo nella società materialista dell'epoca, dove l'accumulo di beni materiali diventava l'unico scopo della vita, ma che finiva per annullare la capacità di relazionarsi con gli altri.

La roba diventa così un surrogato degli affetti, un modo per compensare la mancanza di relazioni umane, ma che finisce per isolare completamente l'individuo, creando una solitudine esistenziale che non può essere colmata dai beni materiali.

La riflessione finale e la morte

In punto di morte, si renderà conto che tutta l'avarizia materiale che aveva coltivato in vita in realtà non gli sia servita a nulla, tanto che non ha neanche una persona fidata a cui lasciare tutti questi beni.

Verga espone perfettamente la sua condizione, passando dal padrone terriero forte e ricco, ad un "omiciattolo" che non ha più solo e impoverito, triste e consapevole dei propri sbagli, ormai irrimediabili.

Per la roba lui aveva infatti sacrificato ogni cosa, dagli affetti al proprio benessere personale, e quindi "la roba era tutto quello ch'ei avesse al mondo". Ma questa roba, in punto di morte, si rivela completamente inutile, perché non può portare con sé né dare significato alla sua esistenza.

Il legame con Mastro Don Gesualdo

La trama di questa novella è fondamentale in quanto servirà per inquadrare il futuro romanzo del ciclo dei Vinti, intitolato "Mastro Don Gesualdo". Il protagonista del romanzo, Don Gesualdo, presenta caratteristiche simili a Mazzarò, ma in una versione più complessa e articolata.

Entrambi i personaggi rappresentano il tipo dell'avaro che accumula ricchezze senza goderne, identificandosi completamente con i suoi possedimenti materiali. Ma mentre Mazzarò rimane un personaggio più semplice e lineare, Don Gesualdo presenta una maggiore complessità psicologica.

La novella rappresenta così una prova generale per il romanzo, dove Verga sperimenta i temi e le tecniche narrative che svilupperà in modo più articolato nel ciclo dei Vinti.

Il tema dell'avarizia

Il tema dell'avarizia è centrale nella novella, rappresentando non solo un vizio individuale, ma anche un riflesso della mentalità dell'epoca, dove l'accumulo di beni materiali diventava l'unico scopo della vita.

L'avarizia di Mazzarò riflette la mentalità contadina dell'epoca, dove l'accumulo di beni rappresentava l'unica forma di sicurezza e di riscatto sociale possibile, ma che finiva per alienare l'individuo dalla società e dagli affetti.

Il tema dell'avarizia si intreccia con quello dell'alienazione sociale, creando un circolo vizioso dove l'accumulo di beni materiali porta all'isolamento, che a sua volta spinge a cercare conforto nell'accumulo di sempre più beni materiali.

La morale della novella

La morale della novella emerge chiaramente dalla riflessione finale di Mazzarò, che si rende conto che tutta l'avarizia materiale che aveva coltivato in vita in realtà non gli sia servita a nulla.

La novella rappresenta così una critica alla mentalità materialista dell'epoca, dove l'accumulo di beni materiali diventava l'unico scopo della vita, ma che finiva per annullare la capacità di relazionarsi con gli altri e di dare significato all'esistenza.

La roba, che era tutto quello che Mazzarò aveva al mondo, si rivela completamente inutile in punto di morte, perché non può portare con sé né dare significato alla sua esistenza. La vera ricchezza, suggerisce Verga, non sta nei beni materiali, ma nelle relazioni umane e negli affetti.

Conclusione

La roba rappresenta una delle novelle più significative di Giovanni Verga, che attraverso il personaggio di Mazzarò esplora il tema dell'avarizia e dell'alienazione sociale. Il protagonista, un contadino che accumula ricchezze senza voler spendere nulla, si identifica completamente con i suoi possedimenti materiali, perdendo la sua umanità e la sua capacità di relazionarsi con gli altri. Verga utilizza espedienti narrativi come la dilatazione temporale e spaziale, l'accumulazione e l'iperbole per sottolineare l'identificazione del personaggio con la sua roba. In punto di morte, Mazzarò si rende conto che tutta l'avarizia materiale che aveva coltivato in vita in realtà non gli sia servita a nulla, lasciandolo solo e consapevole dei propri errori. La novella rappresenta così una critica alla mentalità materialista dell'epoca e un monito sulla vera ricchezza, che non sta nei beni materiali, ma nelle relazioni umane e negli affetti.