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La poetica crepuscolare di Gozzano e il ribaltamento dei canoni estetici

Pubblicato il 22/05/2025
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La poesia "La signorina Felicita" di Guido Gozzano rappresenta un capolavoro della poetica crepuscolare, movimento letterario che ribalta completamente i canoni estetici tradizionali. Scritta nel 1911 in occasione della festa di Santa Felicita, l'opera descrive una figura femminile semplice e autentica, lontana dagli ideali aristocratici dannunziani, incarnando la ricerca di autenticità e semplicità che caratterizza il crepuscolarismo.

L'ispirazione poetica e la struttura dell'opera

La lettura della data del 10 luglio, festa di Santa Felicita, su un calendario ha ispirato questa celebre poesia di Gozzano. L'opera esprime perfettamente l'animo del poeta e soprattutto la sua poetica crepuscolare, caratterizzata da un rifiuto degli ideali estetici tradizionali e da una ricerca di autenticità e semplicità.

La poesia è strutturata in otto parti, ciascuna delle quali sviluppa un aspetto particolare della vicenda e della riflessione poetica. Questa struttura permette a Gozzano di esplorare diversi momenti e stati d'animo, creando un'opera complessa e articolata che riflette la complessità dell'esperienza umana.

Felicita rappresenta il ribaltamento della donna aristocratica, delle attrici e delle principesse sognate da Totò Merumeni al tempo delle suggestioni dannunziane e nietzschiane. A tale ribaltamento tematico corrisponde anche un ribaltamento formale: in Gozzano, a differenza di D'Annunzio, la forma è piana e dimessa, a volte persino prosastica, riflettendo la volontà di rappresentare la realtà quotidiana senza abbellimenti retorici.

La descrizione di Felicita e villa Amarena

Felicita è una donna non bella, ma buona, semplice e tenera, dalla vita tranquilla e serena. Ella vive la sua semplice esistenza accanto al padre a villa Amarena, un edificio in stile barocco, triste e in gran parte disabitato, caratterizzato da inferriate panciute e sovrapporte istoriate da figure mitologiche come Ercole, il Centauro, Fetonte e Arianna.

Nella tranquillità patriarcale, Felicita è aiutata dalla vecchia serva Maddalena. La villa stessa diventa simbolo di un mondo in decadenza, dove la grandiosità barocca convive con l'abbandono e la solitudine, creando un'atmosfera malinconica e nostalgica che caratterizza l'intera opera.

Il primo capitolo ricorda l'origine del poemetto, offerto appunto dalla data di Santa Felicita. La donna è ricordata nel giorno del suo onomastico intenta alle faccende domestiche, in una scena di quotidianità semplice e autentica che contrasta con gli ideali estetici tradizionali.

Il padre di Felicita e l'accoglienza del poeta

Il secondo capitolo descrive la figura del padre di Felicita. Anche se quest'ultimo aveva la fama di essere un usuraio, in realtà (ci spiega Gozzano) era un buon uomo, sebbene fosse ignorante e rozzo. Egli ben accoglieva il poeta in casa e gli parlava spesso della campagna e dell'antica proprietaria della villa.

Questo personaggio rappresenta un'altra forma di ribaltamento: l'usuraio, figura tradizionalmente negativa, diventa qui un uomo semplice e accogliente, capace di ospitalità genuina. La descrizione del padre riflette la volontà di Gozzano di andare oltre gli stereotipi e di rappresentare la complessità e l'umanità dei personaggi.

L'accoglienza del poeta nella casa di Felicita diventa così simbolo di un'ospitalità autentica, lontana dalle convenzioni sociali e dagli interessi economici, basata sulla semplicità e sulla genuinità dei rapporti umani.

La figura di Felicita e la vita quotidiana

Dopo che la signorina Felicita ha interrotto il discorso tra il poeta e il padre, Gozzano descrive la donna definendola come priva di attrattive nelle sue vesti troppo campagnole ma dalla faccia buona e casalinga, con i capelli raccolti in piccolissime trecce. I suoi occhi sinceri e di colore azzurro vengono paragonati all'azzurro sbiadito tipico delle stoviglie.

Questo paragone con le stoviglie è particolarmente significativo: mentre la tradizione poetica paragona gli occhi delle donne a stelle o a fiori, Gozzano sceglie un oggetto quotidiano e domestico, ribaltando completamente i canoni estetici tradizionali. La bellezza di Felicita non risiede nell'aspetto fisico, ma nella sua bontà e nella sua autenticità.

Gozzano ricorda come ogni giorno egli si recasse alla villa e come nel paese sottostante, persino il farmacista non pensava che sarebbe stato così ben voluto in quella casa. Dopo un'ottima cena con gli amministratori locali del paese (il notaio, il sindaco, il dottore), il poeta si immerge nei suoi sogni e accorda le sillabe dei versi, ricorda l'infanzia e la sua condizione di malato.

La sera sul solaio e le riflessioni sul mondo

Il quarto capitolo racconta di una sera in cui la signorina Felicita era salita sul solaio della villa, ingombro di vecchie cianfrusaglie e che da lassù stava contemplando il Canavese e le prime stelle in cielo. Tra alcune vecchie stampe ce n'è anche una rappresentante Torquato Tasso nei giardini D'Este con la corona di alloro che Felicita scambia però per un ramo di ciliegie.

Questo scambio è emblematico: Felicita, nella sua semplicità, non riconosce i simboli della tradizione letteraria, confondendo la corona d'alloro con un semplice ramo di ciliegie. Questo episodio riflette la distanza tra il mondo della cultura e della letteratura e il mondo semplice e autentico di Felicita.

Dall'alto della sua posizione il poeta può riflettere su ciò che accade sulla terra: una terra brulicante di guerre e di luridi commerci. Questa riflessione introduce un tema di critica sociale, dove il poeta contrappone la semplicità e l'autenticità della vita di Felicita alla complessità e alla corruzione del mondo esterno.

Il colloquio d'amore e la consapevolezza

Dopo il colloquio d'amore tentato nel solaio ed interrotto bruscamente, ne viene riportato un altro nel parco dei Marchesi che era stato tuttavia trasformato in un orto. Il poeta qui domanda a Felicita se lo vorrebbe come sposo nel caso in cui lui guarisse; ella lo rimprovera per i suoi discorsi vani perché è ben consapevole che un ricco avvocato non potesse avere come moglie lei, poverina e brutta.

La donna inizia a piangere ma il poeta provandole il solletico la riporta a uno stato di gioia: da qui l'esclamazione "Donna: mistero senza fine bello!". Questa esclamazione riflette la complessità e la bellezza dell'animo femminile, che va oltre l'aspetto fisico e risiede nella capacità di provare emozioni autentiche.

La consapevolezza di Felicita della propria condizione sociale e della propria apparenza fisica introduce un tema di realismo e di accettazione della realtà, lontano dalle illusioni e dalle idealizzazioni della tradizione poetica.

Il desiderio di unione e la rinuncia alla letteratura

Nel sesto capitolo, il poeta esprime la sua voglia di unire la sua sorte a quella della signorina proprio perché essa non è come tutte le altre, per la sua semplicità e vivacità, per la sua trasparenza e bonarietà. Con lei saprebbe anche rinnegare la letteratura che rende la vita inerte e sterile.

L'amore invece gli donerebbe la pace e la serenità: non dovrebbe più meditare su Nietzsche. Questa riflessione introduce un tema fondamentale: la contrapposizione tra la vita letteraria, fatta di astrazioni e di meditazioni filosofiche, e la vita reale, fatta di sentimenti autentici e di rapporti umani genuini.

La volontà di rinunciare alla letteratura per l'amore rappresenta un rifiuto dell'estetismo dannunziano e una ricerca di autenticità e di semplicità, valori che caratterizzano l'intera poetica crepuscolare di Gozzano.

La fine dell'idillio e i pettegolezzi

Il settimo capitolo racconta il motivo che spezzò il filo dell'idillio con la signorina. Lo stesso farmacista che aveva avvertito il poeta su quella villa e su coloro che vi abitavano, lo informa su alcuni pettegolezzi che erano sorti in paese riguardanti la probabile relazione che si era instaurata tra lui e la ragazza, con un accenno alla gelosia che ciò aveva innescato nel notaio.

I pettegolezzi del paese rappresentano la forza delle convenzioni sociali e del giudizio collettivo, che possono distruggere anche i rapporti più autentici. Questo episodio introduce un tema di critica sociale, dove il poeta contrappone l'autenticità dei sentimenti alle convenzioni e ai pregiudizi della società.

La fine dell'idillio non è causata da un problema interno alla relazione, ma dalle pressioni esterne e dal giudizio sociale, riflettendo la difficoltà di vivere rapporti autentici in un mondo dominato dalle convenzioni e dai pregiudizi.

La partenza e la promessa di fedeltà

Quando la guarigione sperata non è giunta, il poeta decide di partire. Congedandosi dalla signorina il poeta finisce per commuoversi di fronte a lei che gli giura e gli promette di rimanergli fedele. In quell'ultima apparizione, Felicita gli sembra la protagonista d'una poesia di Prati mentre egli si sente come un uomo d'altri tempi, incapace di tornare ad essere l'esteta dannunziano e incapace al tempo stesso di spostarsi sulla riva opposta.

La malattia che gli mina la salute, gli fiacca le forze ed ogni volontà. Questo finale introduce un tema di malinconia e di impotenza, dove il poeta si sente sospeso tra due mondi: quello dell'estetismo dannunziano, che non può più abbracciare, e quello della semplicità e dell'autenticità, che non può completamente raggiungere.

La promessa di fedeltà di Felicita rappresenta l'ultimo gesto di autenticità e di amore, che contrasta con la complessità e l'ambiguità del mondo letterario e sociale. Il poeta rimane così sospeso tra due realtà, incapace di scegliere definitivamente, riflettendo la condizione esistenziale del crepuscolarismo.