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La storia secondo Montale: una critica all'illusione del progresso

Pubblicato il 04/06/2025
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La storia è una delle poesie più significative di Eugenio Montale, tratta dalla raccolta Satura. Il testo demolisce sistematicamente tutte le certezze che gli uomini hanno riposto nel concetto di storia, negando che essa abbia una sequenza temporale, una giustizia intrinseca, o possa insegnare qualcosa. Attraverso l'uso insistente della litote e dell'anafora, Montale critica l'illusione del progresso e propone l'anonimato come unica forma di salvezza dalla storia.

La definizione negativa della storia

Nella lirica Montale imposta la sua definizione di storia negando innanzitutto ciò che essa non è; utilizza quindi in modo insistente la litote (figura retorica che consiste nel dire una cosa negando il suo contrario) e l'anafora (ripetizione di una o più parole all'inizio di versi consecutivi) non per incapacità di dare una propria definizione del concetto, ma per sottolineare l'aspetto negativo di questa realtà e demolire tutte le teorie che alla storia avevano dato grande peso.

Per Montale la storia non è fatta di cause ed effetti, non c'è una sequenza temporale ricostruibile, non punisce i malvagi per premiare i buoni (quindi non ha una provvidenza che la guidi), non ha un andamento graduale, non rispetta le regole che l'uomo le impone e men che meno può insegnare qualcosa (non è magistra vitae).

Questa definizione per negazione riflette la filosofia montaliana della storia come dato esterno, estraneo all'uomo, che non può essere compreso o controllato attraverso le categorie tradizionali di causa-effetto, progresso, giustizia.

La critica alle certezze storiche

Il poeta demolisce quindi tutte le certezze che gli uomini hanno riposto nel concetto di storia: che abbia una sua giustizia intrinseca, che sia fatta dai grandi eroi o dai filosofi, che sia una forma di miglioramento continuo, che abbia una teleologia (cioè una finalità propria, una meta).

Montale nega che la storia sia prodotta "da chi la pensa e neppure da chi l'ignora", rifiutando sia la concezione idealistica (la storia come prodotto del pensiero) sia quella materialistica (la storia come prodotto delle masse inconsapevoli).

La storia "non si fa strada, si ostina, detesta il poco a poco, non procede né recede, si sposta di binario e la sua direzione non è nell'orario". Questa immagine della storia come treno che cambia binario senza seguire un orario riflette la concezione montaliana della storia come forza caotica e imprevedibile, che non segue leggi razionali.

La storia non è magistra vitae

Montale nega esplicitamente che la storia sia magistra vitae (maestra di vita), rifiutando la concezione ciceroniana che vede nella storia una fonte di insegnamento per il presente. "La storia non è magistra / di niente che ci riguardi".

Questa negazione è particolarmente significativa perché demolisce una delle certezze più radicate della cultura occidentale: che lo studio della storia possa servire a comprendere il presente e a prevedere il futuro. Per Montale, la storia non ha nulla da insegnare perché è esterna all'uomo, non lo riguarda.

Il poeta stesso avverte che "Accorgersene non serve / a farla più vera e più giusta". Anche la consapevolezza della natura della storia non può cambiarla: rimane un dato di fatto esterno ed estraneo all'uomo.

L'anonimato come fortuna

Ma la storia ha anche qualche aspetto positivo: lascia che qualche essere umano le sfugga di mano. La fortuna cioè è quella di non entrare a far parte della storia, di riuscire a nascondersi abbastanza bene da non essere mai nominati nei libri, nei documenti, sui monumenti, nelle canzoni patriottiche.

Anche se questo anonimato non è facile da mantenere perché la storia, come una rete a strascico, raschia il fondo per catturare nelle sue maglie tutti gli esseri umani e quei pochi che si salvano non sanno che fortuna hanno e vengono disprezzati anche da coloro che, dall'interno della rete, li considerano miseri "nessuno" che non lasceranno traccia di sé nel mondo.

Soprattutto quest'ultimo concetto è prepotentemente attuale: in una società dove apparire, essere famosi, far parlare di sé (anche a sproposito) è un valore aggiunto, Montale sembra portabandiera dell'anonimato, dell'uomo qualunque che nessuno conosce perché entrare a far parte della storia non è un merito né un valore aggiunto.

La storia come rete a strascico

L'immagine della storia come rete a strascico è particolarmente efficace: la storia "gratta il fondo / come una rete a strascico / con qualche strappo e più di un pesce sfugge". Questa metafora marina evoca l'idea di una forza che cattura tutto ciò che trova, lasciando solo pochi spazi di fuga.

I "pesci" che sfuggono sono gli individui che riescono a rimanere anonimi, a non entrare nella storia. Ma questi scampati, descritti come "ectoplasmi", "non sembrano particolarmente felici" e "ignorano di essere fuori, nessuno glie n'ha parlato".

Gli altri, "nel sacco", si credono "più liberi di lui". Questa ironia finale rivela la paradossale condizione di chi sfugge alla storia: non sa di essere libero e viene considerato meno libero di chi è stato catturato.

La storia come ruspa e i nascondigli

Montale nega che la storia sia "la devastante ruspa che si dice". Al contrario, "Lascia sottopassaggi, cripte, buche / e nascondigli. C'è chi sopravvive". La storia è anche benevola perché "distrugge / quanto più può: se esagerasse, certo / sarebbe meglio".

Questa concezione paradossale della storia come forza distruttiva ma incompleta riflette la filosofia montaliana: la storia non distrugge tutto, lascia spazi di fuga, ma questi spazi sono limitati e precari.

I "sottopassaggi, cripte, buche e nascondigli" rappresentano gli spazi di resistenza individuale, i luoghi dove l'uomo può nascondersi dalla storia. Questa immagine evoca una scena da Matrix, dove alcuni individui riescono a sfuggire al sistema dominante.

La storia come dato esterno

Per Montale, "la storia non è intrinseca / perché è fuori". Questa affermazione è fondamentale: la storia non fa parte dell'essenza dell'uomo, è esterna a lui, estranea, qualcosa con cui non può interagire o lottare.

La storia "non giustifica / e non deplora", non ha valori morali, non distribuisce premi o punizioni. È un dato di fatto che esiste indipendentemente dall'uomo, che non può essere modificato o compreso attraverso le categorie umane.

Questa concezione riflette l'influenza del pensiero esistenzialista su Montale: la storia è un fatto bruto, senza significato, che l'uomo deve accettare senza poterlo cambiare o comprendere.

L'uso delle figure retoriche

L'uso insistente della litote e dell'anafora crea un effetto di accumulo che demolisce sistematicamente tutte le concezioni tradizionali della storia. La ripetizione di "La storia non..." all'inizio di molti versi crea un ritmo incalzante che riflette l'urgenza della demolizione.

La litote (dire una cosa negando il suo contrario) permette a Montale di definire la storia attraverso ciò che non è, creando un'immagine per contrasto che è più efficace di una definizione positiva.

Queste figure retoriche riflettono anche la filosofia negativa di Montale: non si può dire cosa sia la storia, si può solo dire cosa non è. La verità emerge attraverso la negazione.

L'attualità del messaggio

Il messaggio di Montale sulla storia è particolarmente attuale in una società dove apparire, essere famosi, far parlare di sé è considerato un valore aggiunto. Montale propone invece l'anonimato come forma di resistenza, come unica possibilità di sfuggire alla storia.

In un'epoca dominata dai social media e dalla cultura della visibilità, l'invito montaliano all'anonimato assume un significato rivoluzionario: non essere nella storia è una fortuna, non una sventura.

Questa concezione rovescia completamente i valori della società contemporanea, proponendo una forma di resistenza passiva alla storia attraverso il nascondimento e l'anonimato.

L'impossibilità di cambiare la storia

Non c'è però nessuna forma di compiacimento in questa demolizione sistematica: il poeta stesso ci avverte che quello che lui sta dicendo non può cambiare l'essere stesso della storia. "Accorgersene non serve / a farla più vera e più giusta".

In questo modo Montale toglie anche l'ultima possibilità di consolazione, quella di aver demolito, a fin di bene, un baluardo metafisico tanto caro agli uomini. La storia resta solo un dato di fatto, esterno ed estraneo all'uomo che non può con essa interagire né lottare, solo nascondersi.

Questa conclusione riflette il pessimismo montaliano: non c'è speranza di cambiare la storia, non c'è possibilità di redenzione, solo la possibilità di sfuggire, di nascondersi, di rimanere anonimi.

Conclusione

La storia di Montale rappresenta una delle critiche più radicali al concetto tradizionale di storia come progresso, giustizia e insegnamento. Attraverso l'uso sistematico della litote e dell'anafora, Montale demolisce tutte le certezze che gli uomini hanno riposto nella storia, negando che essa abbia una sequenza temporale, una giustizia intrinseca, o possa insegnare qualcosa. L'unica forma di salvezza è l'anonimato, la possibilità di sfuggire alla storia come una rete a strascico che cattura tutti. Ma anche questa consapevolezza non può cambiare la storia, che rimane un dato di fatto esterno ed estraneo all'uomo. Il messaggio montaliano, particolarmente attuale in un'epoca dominata dalla cultura della visibilità, propone l'anonimato come forma di resistenza, rovesciando completamente i valori della società contemporanea.